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Tito Lucrezio Caro dedicava l'incipit del secondo libro
del suo poema De rerum natura a un particolare tipo di piacere:
osservare le disgrazie altrui sapendo che non se ne verrà toccati
Suave, mari magno turbantibus aequora ventis
e terra magnum alterius spectare laborem
scriveva il poeta latino, che tradotto suona
più o meno: "È dolce guardare da terra la grande fatica di qualcun altro
mentre i venti agitano le acque, nel grande mare". Per scansare il sospetto
di essere infingardo, il poeta precisava:
Non quia vexari quemquamst iucunda voluptas,
sed quibus ipse malis careas quia cernere suavest.
Vale a dire "non perché sia un piacere e un divertimento il soffrire di
qualcun altro, ma perché è dolce vedere da quali sofferenze si sia esenti".
Dispiace invocare Lucrezio circa una vicenda di cronaca piuttosto torbida
che sta agitando in questi giorni le pagine dei nostri giornali, ma è
probabile che in questi quattro eccellenti esametri il seguace di Epicuro
riesca a connotare quel senso di piacere e soddisfazione di molti lettori
e spettatori televisivi nel sorprendere sotto fervida inchiesta una buona
parte del cosiddetto mondo dello spettacolo, e segnatamente Lele Mora
e Fabrizio Corona più vallette annesse, calciatori concussi, spacciatori,
centralinisti, figli di ex presidenti del consiglio e via dicendo.
Cito in ordine sparso da Repubblica del 13 marzo 2007: "Fotoricatti ai
vip, arrestato Corona. Il gip salva Gilardino e Flavia Vento"; "Nove persone
agli arresti: tra loro Riccardo Schicchi, il re del porno. Per Lele Mora,
l'agente di tanti personaggi dello spettacolo, il divieto di espatrio";
"Anche Berlusconi pagò per far sparire le foto della figlia Barbara";
"Coca e veline, le notti brave di Milano"; "Chiesti 200mila euro allo
staff Fiat per bloccare un'intervista al trans a casa del quale Lapo collassò".
Al di fuori del merito giudiziario è evidente che il contesto dipinto
dall'inchiesta dei magistrati lucani non brilla per esattezza morale.
Da quando ho smesso di farmi le seghe sulle pagine centrali di Max (cioè
da sempre), di Lele Mora e di tutti i personaggi citati ho sempre, personalmente,
invidiato una particolare qualità, ovvero la disponibilità economica,
e più in particolare nel contesto aeroportuale, quando faccio i conti
se prendere il treno per tornare da Fiumicino a Roma o viceversa, oppure
se chiedere a qualcuno (tipo mio fratello) di accompagnarmi, per favore,
e m'immagino che queste persone invece non hanno dubbi mai: taxi e buonanotte.
E se perdono l'aereo pigliano quello dopo senza batter cassa per rimborsi
ecc. Insomma queste piccole comodità dell'agio monetario le invidio, e
così m'immagino la vita loro, anche diversa da chi i soldi se li guadagna,
pure se sono tanti, e ci sta attento perché mill'euro in più o in meno
sono mill'euro guadagnati col quantificabile lavoro.
Suave, mari magno... eccetera, insomma. |