Francesco Zardo – Commenti

2.6.2004

 

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Qualche giorno fa avevo promesso ai lettori del blog sul cinema gestito da mio fratello su Internazionale.it una lettura comparata di due film: Dogville di Lars Von Trier, che è uscito quest'anno, e Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola, 1976. Partiamo dalla trama: quello di Von Trier è un film su una bella ragazza che, in fuga da certa malavita, trova rifugio in un villaggetto americano di una ventina di anime tra cui c'è anche Chloe Sevigny, attricetta emergente (se non emersa) che ha già guadagnato, nella sua breve carriera, un paio di copertine di "The Face" e una nientemeno di "iD". La Sevigny dapprima si mostra disponibile e confidente nei confronti della ragazza, interpretata da Nicole Kidman, poi si rivela una stronza pittima e vendicativa. Allo stesso modo si comportano gli altri abitanti del paesetto alcuni dei quali finiscono per seviziarla, incatenarla e anche peggio. Ma...
Il film di Scola, altrettanto corale, è ambientato nella periferia più misera di Roma: una famiglia di baraccati entra in contrasto col capofamiglia, Giacinto Mazzatella, interpretato da Nino Manfredi che a un certo punto, per dispetto, vende la sua baracca a una famiglia di siciliani. Questi ultimi si scontrano coi parenti di Mazzatella, ignari della vendita, dando vita a una pittoresca sequenza di sfratto alla borgatara. Manfredi, coi cinque milioni ricavati dalla vendita, adotta una prostituta grassona che avrebbe fatto inorridire anche il Fellini. Scola, mitico, fa un bello sberleffo al collega romagnolo con la sequenza in cui la coppia magna un pollo arrosto, e becca la palma d'oro per la miglior regia a Cannes. La famiglia di baraccati progetta a quel punto l'assassinio di Manfredi, e...
Avete visto? Non ho svelato il finale dei due film, come invece fanno certi critici cinematografici ben più illustri dei fratelli Za' sulle colonne di periodici ben più illustri di Zardo.org – per esempio il Corriere della Sera, e certe volte sulle minicritiche, in un lampo di tre righe che non consente allo sprovveduto lettore di voltare la testa o la pagina in tempo.
Allora: perché leggere parallelamente i due bei film di Scola e Lars Von Trier? La polemica era questa: mi frate, sul blog, diceva che Dogville è "un film molto profondo sui mali che divorano dall'interno gli Stati Uniti". Io ho detto no, che secondo me invece gli Stati Uniti non c'entravano molto e, posta anche la sua pro... Orca troia! C'è una nuova specie di zanzare tigri, ne ho adesso la conferma (ore 21, primo giugno, casa mia). Sono grandi dieci volte le vecchie z.t. ma altrettanto silenziose e attaccano impunemente sul cranio sicché non le puoi vedere in nessun modo. Che scoperta agghiacciante: ne avevo viste un paio giorni fa ma non pensavo fossero di specie tigre, invece la cattura di quest'ultima me lo conferma, perché ha le zampe striate, fatto peculiare appunto di questa razza.
La provocazione di Von Trier, dicevo, di ricorrere a una scenografia metaforica è l'indice che il regista scandinavo intende mettere in scena un archetipo (tipo Kafka, o Sofocle, ecc.) e, come replicavo, Dogville "potrebbe benissimo stare in Valtellina o essere una borgata di Roma". Cioè, non c'era bisogno di stare vicino a Georgetown perché, arrivata una bona come Nicole Kidman in un villaggio dimenticato dalla legge e da Dio (non c'è manco il parroco! O il pastore, che dir si voglia, e l'assenza è ben esplicita), dopo un po' l'arrivo suscita disordine e poi tragedia: libidine nel cuore degli uomini, invidia nel cuore delle donne, violenza nel cuore di tutti. È la razza umana così, dicevo io, non c'entrano gli Usa: i villaggetti so' tutti uguali, quelli che ho visto, e anche quelli che non ho visto, secondo me, quando arriva un elemento di disordine tipo Nicole Kidman, da Ouagadougou a Detroit. Vorrei vedere se Nicole K. si trasferisse ad abitare in questo condominio e si scoprisse che le zanzare tigri erano colpa sua perché aveva messo una nuova specie di piante tropicali, Nicole, e provocano la discesa delle zanzare tigri nel mio rifugio antiatomico riadibito ad abitazione. Andrei subito da lei, al piano attico, a suonare al campanello d'oro marchiato KIDMAN...
Din don dan.
"Who's there?"
"Zardo".
(Vabbe', doppiaggio simultaneo.)
"Che vuole?" chiederebbe Nicole in inglese aprendo la porta.
"Niente, 'ste cazzo di piante australiane che ha messo, Kidman, provocano la discesa delle zanzare tigri da me, si rende conto, razza di irriverente?"
"Discutiamone a cena: vuole?" mi sorriderebbe la protagonista di Eyes Wide Shut.
"Qui?"
"Nel mio terrazzo, Fra': stavo giusto preparando una coscia di ornitorinco in umido".
"Va bene," accetterei in un baleno. Ancora incazzato per le zanzare tigri? Appena appena.
[...]
"Complimenti per le sue piante australi, miss Kidman," direbbe Zardo accomiatandosi a fine cena. "Le zanzare? Ma no, non mi fanno niente, ah ah. Per il canguro nel mio garage non c'è problema, eh... Cosa vuole che sia".
E via dicendo. E chi avrebbe scritto questo saggio che state leggendo se io avessi cenato con lei? Nessuno. Colpa dell'arrivo di Nicole Kidman nel condominio, per l'appunto. O merito? Chissà.
Insomma, Dogville poteva essere anche ambientato qui, secondo me. Brutti, sporchi e cattivi no. Prima differenza: quest'ultimo è una commedia e non una tragedia. Seconda differenza... Un'altra zanzara, mortacci! E mo' la signora Pinzoni dell'attico mi sente, quella cozza!